ll Palazzo sul Potomac

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Per il suo progetto Sartogo si è ispirato alla planimetria di Washington realizzata alla fine del diciottesimo secolo dall’architetto Pierre Charles L’Enfant. La pianta quadrangolare dell’edificio costruito da Sartogo riflette infatti quella originaria di 100 miglia quadrate che l’architetto L’Enfant immaginò per la capitale americana. Proprio come il fiume Potomac divideva l’area originaria del Distretto di Columbia tra Virginia e Maryland, la cancelleria italiana è attraversata da un varco diagonale che la divide in due parti uguali. L’Ambasciata è stata immaginata come luogo di incontro per la comunità. Richiamando l’idea di una piazza italiana, il suo ampio atrio, ricoperto da una cupola in vetro, è capace di ospitare più di 1000 persone. L’edificio è inoltre dotato di un auditorium capace di 128 posti a sedere e di funzionali sale riunioni. Ciascuno di questi spazi si caratterizza per la sua eleganza e per l’elevata flessibilità di utilizzo. Si nota subito che l’interno dell’Ambasciata dà l’impressione di uno spazio euclideo, basato su geometrie perfette. E ad uno sguardo più attento, tuttavia, la geometria e l’armonia dell’edificio sono interrotte da elementi che creano asimmetria, creando un gioco di prospettive diverse all’interno del complesso.


L’arredamento degli spazi interni si fonda sulla ricerca armoniosa tra gli spazi architettonici e i suoi oggetti decorativi, selezionati secondo i criteri di bellezza e funzionalità. L’Ambasciata è stata a questo scopo dotata di una propria collezione di pezzi di interior design degli ultimi quarant’anni: tra i grandi nomi cui ci si è ispirati figurano Carlo Scarpa, Achille Castiglioni, Renzo Piano, Luciano Baldassarre, Ettore Sottsass e molti altri. Design moderno (da Poltrona Frau a B&B, a Fontana Arte, Flos, Artemide, Unifor, Cassina, Luce plan…ecc.) e tradizione artistica italiana sono messi in stretta relazione dall’esposizione negli spazi dell’Ambasciata di vari reperti archeologici d’epoca greco-romana e da vari dipinti del XVII e del XVIII secolo. Un accostamento “metafisico” che trovo singolare per quella parete blu cobalto che introduce all’auditorium: a destra il tavolo in lacca nera disegnato da Carlo Scarpa per Gavina, a sinistra un reperto archeologico, drappeggio di marmo bianco. Interessanti i capitoli come contributi di forte impegno storico-artistico e culturale sul “Design d’autore – La collezione degli arredi nell’Ambasciata”, “sull’influenza del pensiero illuministico italiano nella formazione della nazione americana”, “il contributo di artisti italiani alla realizzazione del Campidoglio”, “i grandi eventi culturali per il 150° anniversario “Venezia: Canaletto e i suoi ricordi”.


È più che giusta è stata quindi la scelta del 2011, 150° anniversario dell’Italia unita, che negli USA si celebra sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, per illustrare con una pubblicazione di altissima qualità ciò che il “Palazzo sul Potomac” e Villa Firenze simboleggiano a Washington e in tutti gli Stati Uniti. Durante le celebrazioni la Cancelleria e Villa Firenze sono stati la cornice di eventi unici, alcuni dei quali immortalati in questo volume. Singolari le parole di Giulio Terzi di Sant’Agata, già Ambasciatore d’Italia a Washington: “Vi è un’attrazione spontanea con cui negli Stati Uniti si guarda a tutto ciò che è italiano. Non una tendenza del momento diffusa in una particolare categoria sociale o fascia d’età, né l’infatuazione del consumatore americano legata al successo dei marchi italiani nella moda o nel design. Il sentimento positivo e la “vicinanza” con cui da questa parte dell’Atlantico si guarda all’Italia è un dato profondo, risultato di un processo lungo, che ha azzerato gli stereotipi che per intere generazioni di americani hanno pesato sull’immagine del nostro Paese negli USA. A dirlo sono gli stessi americani: i 18 milioni di americani (2 milioni in più rispetto al 2000) che, secondo le statistiche dello US Census Bureau, nel 2010 si sono dichiarati di origine italiana; i 25mila giovani studenti americani che in media scelgono l’Italia; i 15mila ricercatori di origine italiana (e italiani) che, secondo la National Science Foundation, operano negli USA e tra questi i 70 fisici provenienti da università italiane, impiegati nel più grande acceleratore di particelle degli USA, che prende il nome sempre da un altro scienziato italiano famoso in America e nel mondo, Enrico Fermi. Il caso dell’insegnamento della lingua italiana nelle scuole americane è esemplare, anche perché riguarda una delle priorità della nostra politica estera ed in particolare della promozione dell’Italia e delle sue eccellenze nel settore culturale ed economico”.


Di non minore interesse la sezione della pubblicazione è anche dedicata a “Villa Firenze”, la prestigiosissima residenza dell’Ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti. La storia di Villa Firenze comincia nel 1925, quando Blanche Estabrooke Roebling O’Brien e suo marito, il Colonnello Arthur O’Brien, acquistano 22 acri nel cuore di Rock Creek Park a Washington. La coppia incarica gli architetti Russel O. Kluge e H.F. Huber di costruirvi una villa: nel 1927, l’edificio, in stile Tudor con la facciata in pietra grigia, è completato e viene battezzato con il cognome di Mrs. Blanche, Estabrooke. Fin da subito la villa diventa luogo d’incontro ideale dell’alta società washingtoniana e ospita alcuni tra i più prestigiosi eventi della capitale: dal debutto in società della figlia degli O’Brien ai molti ricevimenti con ospiti illustri, come il Presidente Hoover. Nel 1930 la proprietà diventa la Residenza dell’Ambasciatore John Pelenyi. Nel 1941 la villa viene venduta al Colonnello Robert Guggenheim e a sua moglie Polly. Il Colonnello, appassionato d’arte italiana, ribattezza la Residenza con la versione italiana del nome della madre, Florence: nasce così “Villa Firenze”.

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