I dieci lebbrosi salvati

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Duemila anni fa la lebbra sfigurava l’aspetto di una persona che veniva isolata. 

Nel 2020, in tutto il mondo il covid[2] toglie il respiro a chi viene intubato ed isolato (per non metter altri così per contagio) ed è il distanziamento che allenta e dovrebbe rinforzare la consapevolezza della preziosità dei rapporti umani. 

Le due malattie sono simili per frequenza (pochi toccati su tutti sani –anche se sintomatici-). La guarigione è possibile nei due casi. Allora, uno su dieci ringraziava Dio di averlo salvato. Voglio credere che oggi accada più spesso anche se temo che nulla sia cambiato. 

I dieci lebbrosi si fermarono a distanza da Gesù (rispettando il distanziamento) e chiesero ad alta voce: -Gesù, maestro, abbi pietà di noi!-. Gesù li sanò mentre eseguivano il suo invito ad andare al tempio ai sacerdoti, come d’uso. Uno solo tornò dal Salvatore a ringraziare del bene ricevuto, ed era uno straniero. 

Io sono vaccinato dalla normale influenza –che è la più vicina manifestazione uguale ai sintomi del covid-. 

Mancano in Italia 15 milioni di dosi necessarie. 

Il Paese è stato diviso in zone di tre colori, nel tentativo di isolarlo come in primavera, senza arrossar tutto. Siamo in attesa di cambio di colore alla nostra zona con irrigidimento delle regole. 

Io ringrazio Dio di continuar a respirare regolarmente.  

Dio, ti ringrazio dell’aria! Fu a-ru-a, col sacro (ru) in mezzo all’acqua, a, ed all’acqua seminata, a. Dalle origini alle origini siamo tornati nell’acqua che rigenera[3]

In questo 11 novembre di san Martino, il primo santo morto non martire dell’Occidente, esorcista prima che prete, io celebro il Kar mur zumero, Capodanno zumero, ‘forza del verme della Terra’.  

Noi, umani, siamo il verme della Terra, destinati (come Dante diceva con la Commedia) al vermo Reo, a Satana, salvo venir salvati dal Salvatore. Come quell’uno, lebbroso guarito e tornato a ringraziare il suo salvatore. 

Siamo, all’incirca, a metà autunno[4] (auchtumnush‘seme generante portato via dall’immagine di morte’).  

Il Gruppo Archeologico di Aquileia sa che esistono immagini di Gesù Cristo crocefisso con testa d’asino, fatte dai cristiani[5]. Ovviamente, non per deridere Gesù, ma per testimoniare il senso di a-sin-u, ‘seme-unito-al Cielo’. Sin, da En Zu[6], Zu en[7] poi Sin. 

Sin-ai, il monte egizio, combina la Luna (Sin) col seme (A) ed il sentiero (i) che unisce al Cielo la Terra. 

Mi viene in mente la seconda lettera di Pietro, che non smetto di ringraziare per aver letto un testo biblico rimasto non corretto dall’ignoranza degli esegeti, oltre che per aver testimoniato Gesù morendo crocifisso a testa in giù. 

(Sta constatando le abitudini dei suoi contemporanei –uguali uguali ai nostri-): 

Temerari, arroganti, non temono d’insultare gli esseri gloriosi decaduti [i diavoli], mentre gli angeli, a loro superiori per forza e potenza, non portano contro di essi nessun giudizio offensivo davanti al Signore. Ma costoro, come animali irragionevoli nati per natura a esser presi e distrutti, mentre bestemmiano quel che ignorano, saranno distrutti dalla loro corruzione, subendo il castigo come salario della iniquità. Essi stimano felicità il piacere di un giorno; sono tutta sporcizia e vergogna; si dilettano dei loro inganni mentre fan festa con voi; han gli occhi pieni di disonesti desideri e sono insaziabili di peccato, adescano le anime instabili, hanno il cuore rotto dalla cupidigia, figli della maledizione! Abbandonata la retta via, si sono smarriti seguendo la via di Balaam di Bosor, che amò un salario di iniquità, ma fu ripreso per la sua malvagità: un muto giumento, parlando con voce umana, impedì la demenza del profeta[8]

Come potete osservare, il divinatore Balaam (che significa: “Che vengaam Ba-al”) ha l’eponimo Bosor, accado di Buzur, sumero [buzzurro italiano], demone delle miniere profonde; non Beor, come voi potete trovar oggi in una bibbia qualsiasi, sporcata dall’incompetenza degli esegeti, che nulla sanno dei zumeri (poveri). 

Nel 2016 scrissi: http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php%3Flev%3D153&cmd=v&id=20113 : 

1 John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Logogram Publishing, Los Angeles, 2006: 316. 

2 Idem. 

3 Ivi: 26. 

4 Ivi: 134. 

5 Ivi: 155. 

6 Ivi: 135. 

7 Ivi: 179. 

8 Ivi: 176. 9 Ivi: 31. 

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