Taranto – Acciaio uguale diseconomia, mentre l’Ilva è una spezia per alcuni sempre viva

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Una spezia che va bene in ogni pietanza. Ilva questo è diventato nella sua drammatica situazione.

È quasi l’emblema di un Mezzogiorno che si dibatte tra squilibri e diseconomie. Il Piano Nazionale delle Riforme (PNR) di 138 pagine si fonda su tre linee strategiche: transizione ecologica, inclusione sociale e territoriale, modernizzazione. Dulcis in fundo il rilancio di una Ilva decarbonizzata usando le risorse del Just Transitation Fund europeo. Un fondo da 40 mld di euro che comunque attende le indicazioni della Commissione UE sulla suddivisione tra i paesi membri.

Fondo gridiamolo che ha come obiettivo la decarbonizzazione entro il 2050 che vuol dire emissioni uguali assorbimenti. Ilva decarbonizzata equivale a introdurre modifiche sostanziali e radicai degli impianti, far finta che non esistono problemi di compatibilità tra un impianto di tali dimensioni e una città da quasi 200 mila abitanti. Infine negare la sovracapacità installata in Europa e nel Mondo. 

Decarbonizzare Ilva, slogan che rimanda a renderla compatibile con la città non può che poggiare sul famoso piano Bondi e l’uso di preridotto, gas metano e alcuni forni elettrici. Addirittura qualche commentatore vorrebbe elevare la capacità produttiva dai 6 milioni di tonnellate autorizzate a 10- Chi sono costoro? Economisti, ex direttori del Corriere della Sera. Non mancano poi alcuni guitti sindacali, che classificano senza alcun pudore come strategico questo settore che si nutre come ingrediente locale per la produzione solo di calcare ricavato dalle cave locali. Gli altri due ingredienti fondamentali carbone e minerale di ferro sono importati. Carbon fossile che è trasformato in carbon coke che miscelato a minerale di ferro e calcare in un impianto di agglomerazione rappresenta la carica per gli altiforni.

Ilva di altoforni ne ha 5 quello contrassegnato con il numero 5, l’AFO 5 che è l’altoforno più grande d’Europa produce 3,8 milioni di tonnellate di acciaio, ma fu fermato e deve essere sottoposto a revamping. L’Afo 3 demolito e l’Afo 2 è quello sequestrato dalla magistratura.

Probabilmente la decarbonizzazione sarebbe perseguita attraverso l’uso del minerale di ferro preridotto con il gas grazie alla tecnologia Techint. Il preridotto potrebbe essere usato per alimentare almeno in parte l’Afo 5 e l’Afo 4 e totalmente o quasi i forni elettrici, adeguatamente preparati.

Il preridotto potrebbe essere importato per i 2-3 anni necessari a costruire i moduli per produrre il preridotto. Soluzione che comporterebbe il forte ridimensionamento del numero delle cokerie e un impianto di agglomerazione che rappresentano le fonti primarie d’inquinamento. Ad adiuvantum osserviamo che Ilva congiuntamente alle due centrali termoelettriche al suo servizio (CET 1 e CET 2) con 10 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 si colloca al 1 posto in Italia!  Ora Ancelor Mittal ha deciso di andare via ma a prescindere dal cosiddetto scudo penale operante fino al 2023 la vera motivazione è di tipo economico come chiaramente si legge nella nota integrativa al primo bilancio della filiale italiana, a pagina 26 “la domanda di acciaio nella Ue è debole in tutti i principali settori, in particolare il settore automobilistico registra un calo del 10 per cento. Nonostante ciò, le importazioni di acciaio in Europa continuano a crescere soprattutto a causa della sovracapacità produttiva globale e delle misure protezionistiche degli Stati Uniti che hanno dirottato i flussi commerciali verso l’Europa.

In particolare, le importazioni dei laminati a caldo nell’Ue sono aumentate del 37 per cento dal 2017 e del 16 per cento rispetto all’anno scorso e sono ancora in crescita. In Italia, le importazioni dalla Turchia di tale prodotto sono aumentate del 49 per cento dal 2018”. Non si può inoltre prescindere dal fatto che il break point di Ilva è associato a una produzione di 8 milioni di tonnellate di acciaio, che l’altoforno n 5 è fuori uso da 4 anni e in attesa di revamping e che l’autorizzazione integrata ambientale autorizza fino a 6 milioni di tonnellate.

 Ilva è incompatibile con la città alle attuali condizioni.

La riconversione d’impianti a ciclo integrato con uso di coke con altri meno inquinanti che utilizzano gas naturale è da diversi anni iniziata in Europa e nel mondo. In futuro questi impianti potranno utilizzare l’Idrogeno come riducente in luogo del gas naturale. Far restare Ilva a Taranto a condizione di chiudere l’area a caldo che procura l’80% dell’inquinamento e ha impianti di tecnologia anni 70. Alimentare l’area a freddo con convertitori elettrici, o magnetici o a gas. Le quote di mercato di ILVA non sono date dalla produzione di acciaio, ma dei prodotti semilavorati, lamiere tubi coils! Credo anche all’esistenza di progetti per impiegare tra diretti e indiretti una manodopera da 12 mila unità. Troppo alto il prezzo pagato da Taranto alle inadempienze pubbliche e private.

Mezzo secolo fa il colosso lussemburghese ARBED chiuse miniere e altiforni a Lux dove erano prodotti 6 milioni di tonnellate di acciaio (11 milioni le tonnellate prodotte in Italia e circa 5 oggi a Taranto). Aveva 23 mila dipendenti “mantenuti” con una tassa di solidarietà che consentì di trasferire verso il Nord (trasferita in Ghent nei pressi di Zelzate, Fiandre) le attività.

Taranto fu fondata dagli spartani 27 secoli fa che non può continuare a pagare prezzi sanitari altissimi e un mostro che ne deturpa la bellezza! Troppe morti e patologie riconducibili alle emissioni dell’acciaieria. Nel 2012, su iniziativa del giudice Todisco, molte perizie scientifiche stabilirono che ben 164 morti erano “riconducibili” alle emissioni dell’acciaieria. Nei quartieri più vicini alle ciminiere la mortalità è quadrupla e i ricoveri per malattie cardiache tripli rispetto al resto della città

La stessa ArcelorMittal autocertifica emissioni annuali di oltre 2 mila tonnellate di polveri, 8.800 tonnellate di idrocarburi policiclici aromatici, 15 tonnellate di benzene e svariate tonnellate di altri inquinanti. Chimici, epidemiologici, nominati dalla magistratura, hanno appurato senza ombra di dubbio che varie norme anti-inquinamento non sono rispettate. La magistratura ha appurato che tra il 1995 e il 2005 ci sono state 386 morti a causa alle emissioni delle acciaierie, accompagnate, nello stesso periodo, da centinaia di ricoveri ospedalieri per gravi malattie legate dall’esposizione ai numerosi inquinanti emessi in atmosfera dall’impianto: 237 casi di tumori maligni, 247 infarti, 937 ricoveri per malattie respiratorie, 17 casi di tumori infantili. I periti allora nominati della procura di Taranto calcolarono un totale di 11.550 morti in sette anni (in media 1.650 l’anno), legate soprattutto a cause cardiovascolari e respiratorie e 26.999 ricoveri, per la maggior parte per cause cardiache, respiratorie e cerebrovascolari.

 Secondo i dati ufficiali del rapporto «Sentieri» dell’Istituto superiore di sanità, nel 2003-2009 Taranto registra (rispetto alla media della Puglia) un +14 per cento di mortalità per gli uomini e un +8 per cento per le donne. La mortalità nel primo anno di vita dei bambini è più alta del 20 per cento. Forti differenze ci sono anche su tumori e malattie circolatorie, con addirittura un +211 per cento rispetto alla media pugliese per i mesoteliomi della pleura. L’aggiornamento dell’analisi della mortalità riguardante il periodo 2006-2013 evidenzia, tra i residenti, eccessi di rischio, della mortalità generale e per grandi gruppi, rispetto a quanto si osserva nel media di riferimento.

About Erasmo Venosi

Erasmo Venosi
Erasmo Venosi già professore associato università La Sapienza, è stato componente Commissione Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e del ministero ambiente per concessione autorizzazione integrata Ambientale grandi impianti industriali Italiani

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