San Franco D’Assergi: la storia e la lezione

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Giuseppe Lalli – Nei primi secoli dell’era cristiana, in quell’affascinante stagione della storia che chiamiamo ‘Medioevo’, poteva accadere che in questi luoghi solitari e remoti dell’Appennino, alcuni giovani, magari provenienti da famiglie gentilizie come Benedetto da Norcia (480 c.ca-547), giovani assetati di assoluto, sentissero il bisogno di unirsi per condurre vita comune nella pratica della nuova religione del Dio incarnato. E così fondavano un monastero. Più tardi, attorno al monastero cominciavano a stabilire le proprie dimore i montanari dei dintorni, e si iniziava a disboscare e dissodare le terre circostanti. E infine si costruiva la chiesa, che diventava punto di aggregazione comunitaria, liturgica e civica, tempio e municipio, di quell’uomo medievale che è unitario, non schizofrenico come quello moderno.

 Qualcosa del genere è potuta accadere anche in questa nostra contrada, dove, per una di quelle singolari circostanze che chiamiamo coincidenze e che forse dovremmo chiamare ‘Dio-incidenze’, in uno stesso torno di tempo è nato un castello, quello di Assergi, una chiesa, il nucleo dell’attuale chiesa parrocchiale, e, in una non lontana contrada, un uomo, il futuro San Franco (1154/59-1220/30), che con questo castello e a questa chiesa avrebbe intrecciato il suo destino, in vita e dopo la morte. Le notizie su San Franco ci vengono quasi tutte dagli Atti, che sono l’antico manoscritto latino che fu conservato nella chiesa parrocchiale di Assergi fino al 1791 e poi andato perduto. Nicola Tomei (1718-1792), preposto di Assergi dal 1742 al 1764, uomo dotto e fine latinista, che lo ebbe tra le mani, nella sua Dissertazione sopra gli Atti, e culto di S. Franco, pubblicato a Napoli nel 1791, lo descrive come un piccolo codice membranaceo scritto in carattere antico abbastanza intellegibile, con lettere iniziali miniate, contenente la vita, morte e miracoli di S. Franco.

San Franco D’Assergi: la storia e la lezione

Il Tomei assegna il manoscritto agli ultimi decenni del secolo XIII (a differenza di qualche altro studioso, che lo colloca comunque non al di là dei primi decenni del secolo successivo) e crede che si tratti della stesura primitiva o di una copia ricavata su di essa. Pensa altresì che lo scritto debba attribuirsi ad un monaco o a un prete di Assergi, contemporaneo del santo, che aveva inteso tramandare avvenimenti a cui aveva assistito o che aveva udito raccontare da chi ne era stato testimone. Si deve quindi ritenere che ci troviamo di fronte a un testo scritto quando il santo era morto da poco. Oltre a quella riportata dal Tomei nella sua Dissertazione, di versioni degli Atti ne esistono altre tre: una, riportata dai Bollandisti, negli Acta Sanctorum redatta dal gesuita Padre Antonio Beatillo (1570-1642), a cui Tomei muove puntuali critiche di ordine filologico, e altre due, curate dal benedettino Padre Costantino Caetani (1568-1650), custodite nella Biblioteca Universitaria Alessandrina di Roma. Pur presentando queste quattro versioni alcune varianti grammaticali e sintattiche, oltre che nell’estensione della narrazione  riferita ai miracoli attribuiti al santo post mortem, esse sostanzialmente concordano nel testo, e si possono persino disporre in lettura sinottica, come del resto ha fatto  nel suo libro, Assergi e S. Franco – eremita del Gran Sasso – , pubblicato nel 1980, Don Demetrio Gianfrancesco (1922-2004), dal 1954 al 1976 parroco zelante di Assergi, di cui fu anche scrupoloso studioso e della cui chiesa fu custode amorevole.

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